Una cucina da cucire addosso

Un cartello modesto ci invita a uscire dalla provinciale, in una stradina di campagna che si ostina a portare il nome orgoglioso di via Desman, a ricordo del bimillenario graticolato romano che qui terminava. Solo un’indicazione: Antonio Mion Arredamenti. Nessun grande stabilimento, un paio di capannoni, una villetta tra il verde. Forse è quel che ci serve. Parcheggiamo, entriamo in un ufficio sobrio dove una giovane signora prende nota con cura delle nostre richieste: cerchiamo un falegname, dobbiamo allungare una libreria in vista di un trasloco.

Comincia così, quasi per caso, il nostro viaggio attraverso una delle realtà più singolari dell’arredo veneziano, tra design e tecnologie d’avanguardia, gusto raffinato e padronanza dei legnami, studi artistici e piena consapevolezza degli spazi. Due pomeriggi dopo, il primo dei protagonisti di questa storia, Roberto, è già a casa nostra per valutare il lavoro richiesto. E comincia con lui un dialogo su tutto: famiglia, traslochi, figli, professioni, mondo.

Col tempo, e con gli incontri che si susseguono, il dialogo scavalcherà la libreria da sistemare per investire l’intero tema della nuova casa che abiteremo, dai battiscopa da cambiare alla porta d’ingresso da assestare, dalla nuova credenza a vetri del soggiorno alla cucina da ripensare totalmente.

Le fotografie qui raccolte vi raccontano tutto questo e tanto altro, perché la nostra è soltanto una tra le molte esperienze di coloro che hanno visto costruire per loro dei mobili Mion.

Costruire per loro: non è detto a caso, e forse è la caratteristica più importante. Nei capannoni di via Desman non si fanno mobili destinati a ignoti, ma si creano arredi a misura d’ambiente e a misura d’uomo: sembra il segreto di Pulcinella e invece è una scelta di vita, che dura degli inizi del secolo scorso. E che si lega alla tradizione di marangoni da case.

Già Antonio, il padre di Roberto e di Giuseppe, era figlio d’arte. Si lavorava a Venezia, in edifici civili e religiosi, si inventavano casette prefabbricate, poi si assecondava l’esplosione delle costruzioni in terraferma fornendo infissi e serramenti, poi si riscopriva l’arte antica dei marangoni da nave dell’Arsenale e si arredavano navi per la Fincantieri.

C’è alla base di tutto la stessa filosofia che ha un grande sarto, un creatore di moda: un abito non è per tutte. Nemmeno una cucina o una libreria.

Vi porto l’esempio della cucina che Mion ha fatto per noi. Non basta pensare a una lista di elettrodomestici, di pensili e di cassetti. È un abito da cucire addosso a una coppia che ha scelto uno spazio da abitare e quindi anche uno spazio dove celebrare i riti primari del cibo. Spazio e persone, questi sono i due principali fattori di cui tenere conto.

Se la casa che ti ospita è stata vissuta negli anni e negli arredi, e nei suoi abitanti, la cucina dovrà fondere elementi di novità e di comodità inedite, garantite da tecnologie appropriate, con la semplicità della linea che determina gli spazi servendosi di un bianco appagante, e si colora di tanto in tanto delle proprietà più naturali e spesso dimenticate dei materiali, sposandosi alla calda tonalità di un pavimento ligneo.

La luce, quella naturale e quella artificiale, rappresentano infine una componente essenziale per vestire lo spazio, così come l’opportunità di legarsi con inserimenti appropriati, per esempio una grande credenza mandata in avanscoperta, alla stanza dove il rito del cibo continua e si conclude. Poi sta all’artigiano far emergere i volumi attorno a un nucleo centrale e dilatare la superficie di una grande dispensa in un pannelloparete dove puoi persino immaginare i colori che preferisci accanto alle linee che decorano sobriamente le ante molteplici.

A chiudere il cerchio bastano una credenza nitida nelle linee, una mensola allegra, che nel bianco e nel colore del legno lavorato si collega alla stanza vicina, una fascia continua di acciaio al piede, a richiamare una cappa importante, ma non invadente, e un forno che sembra aspettarti.

Il vestito è finito, ma per farlo così ci è voluto un artigiano, o meglio un insieme di talenti artigianali: chi progetta, chi realizza le singole parti, chi sceglie materiali e colori. La pratica di un’antica famiglia di falegnami e l’ausilio delle tecnologie di un piccolo stabilimento operoso.

A Roberto, il progettista, giovano gli studi di Architettura a Venezia; a Giuseppe, il realizzatore, la formazione tecnicomeccanica. Ai due fratelli, che sono in azienda da poco più di trent’anni, si aggiunge nel ’96 Francesco Cazzin, che viene dall’Accademia di Belle Arti e non a caso: arricchisce la componente artistico-creativa già presente con Roberto e quella tecnico-realizzatrice presente con Giuseppe. Sua è la gestione dei materiali e dei colori, trattamenti e verniciature. A tutti dà il suo contributo Carlo …… falegname di vecchia scuola e di occhio allenato.

I colori di Francesco non conoscono tabù. Il rosso brilla improvviso dall’interno di un cassetto, il noce esplode all’apertura di un armadio-bar in cucina, l’acciaio fascia basi grandi e piccole, il marrone copre compatto libreria e cassettiin uno studio sottotetto, il bianco fa da jolly, sia che si tratti di staccare nettamene una boiserie da un pavimento ligneo o di celare un frigorifero, o accompagnare le copertine colorate di centinaia di libri. Con una sola regola: il colore deve essere assoluto: niente cerniere e ferramenta, l’incastro deve essere legno su legno, la superficie di una libreria è un continuum o non serve.

E qui entra in gioco nuovamente la tecnica del falegname di classe, con o senza l’ausilio delle macchine, con l’occhio che sceglie il legno e lo sente con la mano, abbina con sapienza le tavole tolte al cuore della pianta. Così è per i pannelli scorrevoli che in un’albergo veneziano celano termo diffusori e impianti di area condizionata, per le luci e le superfici delle sue stanze. O per gli allestimenti di mostre come quella su Le Corbousier e la sua idea di ospedale come casa dell’uomo, per le creatività straordinaria della Mascotte per l’Half Marathon di Treviso. E come all’inizio del secolo scorso i Mion venivano con il loro lavoro da Zianigo a Venezia, così oggi vanno a Roma o a Parigi. Potenza della capacità di creare.

Ma è forse nelle case private che il team Mion dà il meglio di se stesso, perché qui l’immedesimazione tra committente e artigiano è completa. Persone diverse, vestiti diversi: l’ omogeneizzazione non paga.

Una cucina vasta lascia galleggiare al centro un’isola coperta di legno massiccio, lo stesso legno che accompagna una cucina a muro, oppure è il corian a staccare tutto con il suo bianco assoluto. Oppure ancora sono pareti sulle quali gioca un ruolo principale il volume di acciaio di una cappa aspirante che richiama l’acciaio del lavello e del piano cottura a gas. Arredi multicolori e pareti multiuso per camere giovani, pioggia di fori rotondi (ma anche questo è colore) che parte dalla copertura di un condizionatore per contagiare una grande stanza articolata in pannelli, finestre, librerie.

Per finire, non solo interni. Sempre la natura lascia il segno nel lavoro di questo team, sia che si tratti di riscoprire le venature di una tavola, sia che arrivi il disegno fitoforme a muovere una superficie. Ma eccezionale è il risultato quando il team lavora all’esterno della casa, sostanzialmente allargando a nuovi risultati le risposte che ha già dato al suo lavoro sulle pompeiane.

Tra le foto che questo volumetto vi offre alcune raccontano uno di questi interventi, per il quale io prenderei come simbolo il tronco aperto verticalmente a libro: due robuste pagine di copertina, che comprendono la corteccia, e undici pagine all’interno. C’è in quest’opera una consapevolezza piena del rapporto tra uomo e natura vissuta con limpidezza umanistica, poiché è l’uomo che piega la natura ai suoi scopi. Così come un’affermazione di dominio si può leggere negli interventi con tavole di teckingiardino, l’integrazione sul piano e la decisione di verticalizzare il verde, lungo la parete che divide da ogni estraneità.

GIANNI MONTAGNI

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